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ESPOARTE: Ascendenze metafisiche. La visione sospesa di Ettore Frani

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TERAMO | L’Arca, Laboratorio per le arti contemporanee | 2 marzo – 14 aprile 2013

Intervista a ETTORE FRANI di Matteo Galbiati

Inaugurata il 2 marzo scorso, Attrazione Celeste è la nuova mostra che vede protagonista il giovane Ettore Frani. Reduce da una serie di impegnativi progetti e da numerosi riconoscimenti, in questa occasione presenta l’ultimo ciclo di lavori che affrontano una nuova e trasfigurata visione della Natura e della figura umana. L’artista molisano, reinventando le forme antiche dei polittici sacri, lascia intercorrere sulla tavola la raffinatezza di una pittura ad olio che, nonostante guardi alla tradizione e al passato nei modi, riesce, nell’espressione, ad essere spunto coinvolgente, attuale e contemporaneo. Il suo linguaggio si contraddistingue per un lirismo pittorico che si fa pura poesia. Una poesia dipinta dunque dove lo sguardo riscopre il valore della rivelazione e dell’indagine; dove la suggestione guida la visione in manifestazioni eteree e trasparenti, sospese in una dimensione che è apparizione carica di mistero. Le immagini sembrano così inafferrabili nella loro spiritualità, quanto si sentono reali per la loro manifesta sensibilità.

Attrazione Celeste: un titolo impegnativo ma particolarmente adatto a preannunciare la svolta ultima del tuo lavoro? Da dove deriva?
Ho ritenuto necessario sottolineare questo nuovo momento di passaggio con un’espressione poetica dal forte valore simbolico, suggerita dalle parole della poetessa Cvetaeva. Se in passato il mio sguardo si è concentrato maggiormente sul concetto di soglia, privilegiando l’orizzontalità e la profondità, in questa mostra raccoglie ed accoglie l’intimo desiderio di esprimere il mistero di una certa verticalità che si manifesta in tutto ciò che ci circonda, trasfigurando così gli elementi della natura in danza che controverte la naturale attrazione terrestre.

Hai sempre avuto uno sguardo scarno ed essenziale rispetto la figurazione che nelle ultime opere diventa ancor più mistica e misteriosa, pur suggestiva e avvincente. Dove guardi e cosa vuoi far vedere al pubblico?
L’essere umano guarda ed è anche ri-guardato. Vorrei poter stabilire una relazione con ciò che giustamente chiami mistero, per salva-guardarlo. Il mio sguardo si fa custode di ciò che mi sopravanza per testimoniare un’esperienza altra da donare allo spettatore.

La tua pittura, compressa dentro un’evanescenza effimera e in perenne variazione, diventa visione onirica, leggera e transeunte, è un respiro fugace che sposta oltre il senso del proprio vedere. Dove punta e cosa scova la visione?
La visione è un tema fondante della mia poetica, non è un tema tra gli altri. Parlare di visione è parlare intimamente di pittura. Non si tratta di vedere e di mostrare, ma di prendere sotto guardia un’alterità irriducibile. L’occhio trova quel che già sa, ma ciò che tento di realizzare attraverso la pittura è accogliere il mistero che viene incontro, senza aggrapparmi a ciò che già conosco. La visione scopre, così, un’essere intento a prendersi cura. Dove punta? Proprio lì dove non sono, dove maggiormente trovo la mia autenticità.

Luce e ombra, bianco e nero, niente e tutto. Cosa si vede e comprende oltre questi opposti binomi?
Oltre l’impasto inscindibile di luce e tenebra, riesco ad intuire solo il mistero più assoluto. Il vero e unico soggetto non è rappresentabile, solo indicato ed evocato attraverso gli opposti di cui parlavi. Eliminando ciò che per me è inessenziale, la sintesi di bianco e nero mostra il tentativo di circoscrivere quel nucleo indicibile a cui la mia pittura prova ad accostarsi.

Il tuo lavoro suggerisce anche una forte passione per l’essere pittore: innegabile pensare ad una pittura colta e raffinata che non disconosce mai – senza compiacersi in modo autoreferenziale – una capacità e un sapere dal gusto antico. Cosa significa per te essere pittore e dipingere?
La mia poetica è certamente legata ad un saper fare che può richiamare ad antiche modalità espressive. In questo, ovviamente, non trovo nulla di inattuale. Non apprezzo affatto la distinzione tra antico e contemporaneo: la pittura, quando è davvero tale, va sempre oltre se stessa, è pertanto fuori da mode e tempo contingente. Essere pittore è sì essere nel tempo, ma non del tempo. Non è un’esperienza estetica, bensì etica. Dipingere è accordarsi a un’altra e superiore realtà dove l’artista sia capace di trovare la propria autenticità prima di tutto come uomo. Ed è proprio attraverso il dipingere che il pittore fa e si fa, nella speranza di raggiungere in ultimo il suo essere al mondo.

Quale missione ha oggi la pittura? Oggi si fa forza di una voce gridata e scomposta, che cerca il gusto della moda corrente, ma che spesso perde di vista la dimensione del pensiero e della conoscenza. È sintomo di un oblio e una dannazione irreparabile?
Credo ci sia questo oblio, accompagnato da ostentazione e facile compiacimento. Personalmente ripongo una profonda fiducia nell’espressione pittorica, nonostante possa essere continuamente minacciata o negata, ma è proprio di fronte a questo che la pittura non può arretrare, pena la sua scomparsa. Auspico che non si adegui ai valori del tempo attuale, che sappia dare ancora voce al profondo senso spirituale e trascendente dell’uomo e credere ancora, indugiando proprio lì dove non sembra esserci nulla. Portare una testimonianza di fiducia e fede, nonostante tutto.

Abbiamo fiducia nel linguaggio di artisti bravi e capaci come te. Cosa pensi degli artisti della tua generazione?
Ti ringrazio, ma non ritengo di aver meritato l’appellativo di artista. Spero siano in molti, soprattutto tra i giovani, a sentire la necessità di una diversa, e meno distratta, attenzione per quello che è il senso più profondo dell’espressione artistica, ma bisogna lavorare duramente e molto. Davvero molto. Vedo intorno a me, a volte, una certa sensibilità e riflessione. Altri tentano come io tento.

Che rapporto c’è tra questa mostra e quella che hai presentato alla Casa di Raffaello ad Urbino?
Attrazione celeste è stata presentata prima ad Urbino in forma ridotta – con una sezione dedicata ad alcune opere di importanti cicli precedenti – e completata nel museo di Teramo. I due istituti collaborano tra loro grazie all’intermediazione di Umberto Palestini, direttore artistico de L’Arca e membro della commissione artistica all’interno dell’Accademia Raffaello.

La tua mostra si inserisce nel progetto Factory-Contemporary Art promosso da L’Arca. Ci racconti qualcosa sulle attività proposte da questo centro di ricerca sui linguaggi artistici contemporanei?
Il Factory-Contemporary art è un progetto che supporta e promuove giovani talenti, provenienti dall’accademia di Belle Arti di Urbino, che hanno ricevuto in questi anni maggiore interesse da parte della critica. L’Arca di Teramo, invece, è uno spazio museale innovativo dedicato alla ricerca e alla sperimentazione, un laboratorio atto a sviluppare un modello di condivisione e apprendimento partendo da diverse espressioni artistiche.

Il regista Giuseppe Gaudino ha realizzato il cortometraggio A libro chiuso, ispirato alla tua opera, film che sarà presentato in occasione della mostra. Ci racconti qualcosa sui suoi contenuti? Come hai lavorato con lui? Che visione traccia del tuo lavoro?
L’anello di congiunzione tra me e Gaudino è stato Leonardo Bonetti, scrittore con il quale ho collaborato nel 2012 realizzando le opere per il suo libro dal titolo A libro chiuso. Il cortometraggio prende vita da qui. Girato nel mio studio, in due giorni di lavoro, il film è, come il regista stesso afferma, una “suggestione libera” su queste mie tavole, alcune delle quali realizzate in corso d’opera. La sua cifra stilistica, ben riconoscibile, ha abbracciato con sensibilità il mio lavoro evocando ciò che non è visibile nell’incontro frontale con l’opera pittorica. Nei dodici minuti da lui montati si evince lo scorrere del tempo, la modulazione della luce e il ritmo lento e cadenzato del lavoro in studio, attraverso un’originale visione in cui gli oggetti intimi del pittore danzano accompagnati dalle suggestive note di Dvořák. La visione che ne emerge è poetica e onirica.

Quale pensi sia il prossimo approdo della tua pittura?
Attualmente mi sto dedicando, con maggiore ascolto, al tema fondante e originario della luce. Penso, però, che al compimento di ogni ciclo, quale può essere la realizzazione di una mostra personale, sia già in nuce il germe di ciò che apparirà nei lavori futuri. Operando contemporaneamente su più opere, posso osservare con attenzione le nuove suggestioni e i nuovi orientamenti della mia ricerca. In studio avvengono continue metamorfosi e ripiegamenti lungo percorsi ellittici, pertanto, posso sì indicare una direzione o un’intenzione, ma certamente non un approdo. In sostanza non posso prevedere, ma solo accogliere, ciò che continuamente sorprende e sposta il mio lavoro.

Ettore Frani. Attrazione celeste
a cura di Umberto Palestini

2 marzo – 14 aprile 2013

L’Arca, Laboratorio per le arti contemporanee
Largo San Matteo, Teramo

Orari: da martedì a domenica 16.00-19.00
Ingresso libero

Info: +39 0861240732 – +39 0861251336
www.larcalab.it
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Tosatti, Mastrovito, Stampone, Nacciarriti. Esploratori critici del sistema dell’arte italiano: a Napoli incontri tra generazioni di artisti, per tentare “La costruzione di una cosmologia”

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Alfredo Pirri

Alfredo Pirri

Quanto incide, oggi, la figura dell’artista nella costruzione di un immaginario sociale? Che ruolo hanno – se ce l’hanno – gli artisti in questo incipit di millennio, in un Occidente che volge al tramonto? E l’Italia, in un panorama di macerie e di stravolgimenti, quale pensiero, quale idea di futuro, quali estetiche nuove e quale identità culturale sta coltivando? E allora, daccapo: essere artisti italiani, oggi, che significa? Questioni complesse, nodali, consumate nello spazio conflittuale che intreccia sistema e antisistema, manistream e underground, cultura e potere, etica ed estetica. A interrogarsi in maniera sistematica su simili faccende, da qui ai promessi mesi, saranno quattro artisti, trovatisi a condividere una necessità di costruzione, di analisi, di esplorazione: Gian Maria Tosatti, Andrea Mastrovito, Giuseppe Stampone e Andrea Nacciarriti lanciano così la loro ipotesi per una “cosmologia” dell’arte coniugata al presente e orientata al futuro. Un progetto in più capitoli, strutturato da una serie di incontri, che funga da autoanalisi e da occasione per innescare un processo di riflessione critica e storica.
E nasce certamente da un vuoto, questa sfida. Un vuoto doppio, in cui artisti e critici sono corresponsabili: gli uni isolatisi nel proprio piccolo perimetro, adagiati tra le maglie del sistema, incapaci oramai di dialogare, di fare squadra, di cavalcare il rischio, di spezzare i codici di certe imperanti maniere; gli altri, disimpegnati o miopi, senza la forza di delineare i contorni di una scena, di operare scelte di pensiero e di responsabilità, di scommettere sul senso di una direzione, piuttosto che indugiare sul qualunque e sul comunque. Il sistema dell’arte italiano? Dentro a una bolla: depotenziato, confuso, fragile. Da molti punti di vista: politico, istituzionale, economico, ma anche e soprattutto creativo, linguistico, intellettuale.

Giuseppe Stampone

Giuseppe Stampone

La costruzione di una cosmologia, allora, sembra essere un momento plausibile per l’attivazione di un processo di interrogazione, di orientamento e di ridefinizione dello status quo. Parlarsi quantomeno, senza timidezze o ipocrisie.
Il primo capitolo si tiene a Napoli, presso il Museo Hermann Nitsch, in collaborazione con la Fondazione Morra, e a curarlo è Gian Maria Tosatti. Tema: “Il ruolo sociale dell’artista”, da declinare secondo cinque prospettive e altrettanti appuntamenti – tutti videoregistrati e poi pubblicati, in esclusiva, su Artribune Television – pensati come interventi a due. Un artista giovane e uno navigato, in dialogo. Si parte il 19 giugno con Giuseppe Stampone e Alfredo Pirri, chiamati a ragionare da una prospettiva “politica”; Andrea Mastrovito e Giuseppe Gallo, l’8 luglio, partiranno dalla ricerca della “bellezza”; Alessandro Bulgini e Gianfranco Baruchello, il 16 settembre, si concentreranno sul concetto di  “utopie quotidiane”; poi Andrea Nacciarriti e Stefano Arienti, il 21 ottobre, che assumeranno un taglio legato all’“economia”; e infine Tosatti e Jannis Kounellis, che il 29 novembre prenderanno le mosse dal discorso, centralissimo, sull’identità. I successivi capitoli vedranno coinvolti altri scenari urbani e culturali, altre città italiane, altri contesti da cui ripartire. Cercando l’Italia nelle sfide, nelle intuizioni, nelle illuminazioni che l’arte incarna, quando non ha paura: di interrogarsi e di sporgersi un po’ più in là, tra radici e futuro.

- Helga Marsala

“La costruzione di una cosmologia – vol. 1 - Il ruolo sociale dell’artista”
Napoli, Museo Hermann Nitsch
vico lungo Pontecorvo 29/d
I incontro: Giuseppe Stampone e Alfredo Pirri
19 giugno 2013, ore 18.30

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